ROBERT E LA BUONA SEMINA | Stampa |
Mercoledì 02 Marzo 2016

rj blues museum8Notina del 1 marzo 2016

Piove e fa caldo. Spalanco le finestre, tiro giù le zanzariere e mi butto sul divano a leggere un vecchio Alan Ford. Sul piatto gracchia discretamente Robert Johnson. In realtà non sto leggendo, guardo le figure, mi perdo nei disegni e Robert mi accompagna, guardando scomparire all’orizzonte un treno con la donna che amava invano.

Suonano al citofono

- Chi è?

- Sono il figlio di Gianni, le ho portato i dischi

- Vieni su

Il giovanotto entra. Per cortesia gli chiedo se vuole qualcosa da bere, ma ne farei volentieri a meno, stavo bene come stavo e non mi mancava la compagnia. Invece quello accetta subito il birrone gelato.

- Che bello! Cos’è?

- Un blues

- Fino a lì ci arrivo pure io. Chi è?

- Robert Johnson

- E chi è...

- Non importa molto, anche perché su Robert non c’è molto da dire

- Come sarebbe? La vita degli artisti è sempre piena di storie ed aneddoti da raccontare...

- Sì, ma raccontare la vita di Robert Leroy Johnson è impresa imbarazzante.

- ?

- E’ così, non c’è molto da dire, il tutto si riduce a una paginetta su Wikipedia...

Così è. La cifra della vita di Robert Johnson è l’omissis.

Dati certi: nasce in una città del Mississippi nel 1911, si sposa nel 1929 con una bambina di 15 anni che l’anno dopo muore di parto. Alla morte della moglie Robert scompare, per riapparire l’anno successivo dotato, come chitarrista, di una tecnica straordinaria che prima non gli si conosceva.

Qui inizia la leggenda. E la leggenda vuole che Robert abbia stretto il classico patto col diavolo e lui stesso alimenta le dicerie narrandole non troppo velatamente anche nelle sue canzoni, come fa in “Crossroad Blues”. L’anima, barattata col demonio incontrato ad un incrocio in una notte buia, in cambio di una stupefacente bravura nel suonare la chitarra.

Bisogna dire che a identificare il blues col demonio ci aveva già pensato da tempo la cultura musicale ufficiale e benpensante dell’epoca, bollando il blues come “la musica del diavolo”. Del resto da tale non richiesta pubblicità i musicisti blues avevano tratto solo vantaggi. Anche il baratto dell’anima ad un ignoto incrocio durante una notte buia faceva parte dell’epopea del blues, già prima dell’avvento di Johnson.

Insomma Robert era in buona compagnia, ricordiamoci che all’epoca di Johnson ventenne (e specialmente nel delta del Mississippi) suonava, cantava e moriva di fame gente come Lonnie Johnson, Memphis Minnie, il grandissimo Skip James.

Qualcuno racconta poi che il diavolo (o forse sarebbe meglio dire il suo emissario) del nostro Robert in realtà si chiamasse Ike Zinneman e altri non fosse che il suo maestro di chitarra durante l’anno della repentina scomparsa. Ma di Zinneman, se è possibile, si sa ancora meno che di Johnson, a parte che si ispirava particolarmente suonando la sua chitarra tra le tombe dei cimiteri. E vai, ce n’è di che alimentare miti e leggende.

Non ci resta ancora molto da raccontare. Siamo nel trentuno, Robert è ricomparso, interpreta il blues non solo con uno stile del tutto originale, ma suona e canta in modo

strabiliante.

Non c’è però modo di fare quattrini. Prova ad aiutarlo un negoziante di dischi, lo presenta ad un talent scout che gli fa incidere alcuni brani in una improvvisata sala di registrazione presso un anonimo hotel di San Antonio, Texas. 16 brani li incide tra il 23 e il 27 novembre del 1936. Poi altri 13 il 19 e il 20 giugno del 1937 in uno studio volante della Vitagraph a Dallas. Questo è tutto. E sì. Perché nel 1938 a 27 anni Robert muore. Come? Forse avvelenato dal barman del locale nel quale suonava, la cui signora sembra avesse un debole per il blues. Qualcuno dice pugnalato, ma in realtà non esiste alcuna certezza circa la causa del decesso, nemmeno nel certificato di morte è segnalato alcunché. Se voleste rendere omaggio con un fiore al vostro idolo blues... beh, dovreste dotarvi perlomeno di tre fiori, visto che nello stato del Mississippi esistono tre diverse lapidi che segnalano la presunta sepoltura di Robert.

- Finita la storia?

- Te lo avevo detto

- Sì, ma la musica? altro che anni ‘30, a me sembra modernissima, anzi, mi sembra pure di averlo già ascoltato questo pezzo

- Sì, infatti tra i dischi di tuo padre c’è Let It Bleed dei Rolling Stones, il pezzo è “Love In Vain”. Solo che per parlarti della musica di Robert Johnson non è più sufficiente la paginetta di Wikipedia, dobbiamo prendere in mano le enciclopedie della musica, le discografie dei migliori bluesman e di buona parte dei vari idoli rock dalle origini ai nostri giorni

- Buuuuum, ma aveva solo 27 anni...

- Il primo del club

- Che club?

- Dei 27

- E chi sono quelli del club dei 27

- Quanti anni hai?

- 28

- Bè, allora non ci stare a pensare, l’hai scampata

- Dai raccontami della musica...

- Non è cosa e poi ero impegnato nella lettura...

- Sì, di Alan Ford...

- Embè?

La musica di Johnson poteva finire nell’oblio, al massimo tramandata da qualche altro musicista un po’ più fortunato di lui. Ma quelle registrazioni, quelle 29 canzoni buttate lì quasi per caso, per una scommessa con il destino, quelle registrazioni che per lui non significarono nulla, che non gli impedirono di morire giovanissimo, povero come era nato, sono oggi considerate le possenti fondamenta della musica popolare moderna, di tutto il blues, il rock e via suonando, che oggi conosciamo. Potrà sembrare una esagerazione, ma i miti sono sempre esagerati. Il blues esisteva già ai tempi di Robert, il fingerpicking pure, ma lui ci mise dentro una alma nova, trasformando il pianto delle piantagioni di cotone in urlo “assatanato”, tramutando un pezzo di legno con delle corde tese che chiamavano chitarra in un magnifico strumento, anzi, nello strumento musicale moderno per eccellenza, mito, leggenda, culto e simbolo per tutte le generazioni, da allora all’eternità.

Non sfuggirò al racconto di due aneddoti, doverosi.

Alcuni raccontano che la Vocalion che incise per prima alcuni dei 29 brani, aveva il vizio, e all’epoca sembra non fosse la sola, di registrare con un numero di giri maggiorato, da 78 a 81. Ciò conferirebbe ai brani di Johnson un piglio in più, un timbro più alto nella voce e una velocità maggiore nell’arpeggio che, coniugati con la modernità propria dell’artista, avrebbero contribuito a crearne l’indelebile impronta, il connotato identificativo. Rimane comunque una supposizione non suffragata da alcuna prova certa.

L’altro aneddoto, gustoso ed immancabile in tutte le biografie su Johnson è la domanda attribuita a Keith Richards, quando Brian Jones gli fece ascoltare per la prima volta la musica del nostro.

- Chi è l'altro tipo che suona con lui?

- Nessuno, Keith, nessuno.

A detta di gente tipo Eric “Slowhand” Clapton, interpretare alcuni brani di Johnson sembra sia tecnicamente difficilissimo, in pratica sembra che la sua spinta sia stata quella di interpretare il ragtime del piano con la chitarra, suonando bassi, arpeggi, ritmica e melodia allo stesso tempo.

Di Robert Johnson esistono oggi tanti dischi, ma stiamo parlando sempre degli stessi 29 brani (più 12 alternative take, recuperati sempre da quelle registrazioni del ’36). Ma è inutile andarsi a sentire remix di dubbia utilità. Basta trovare il cofanetto della Legacy/Sony pubblicato nel 1990 con i 29 più 12 brani. Non c’è altro da aggiungere.

Con quei 29 brani (nessuno escluso, ciascuno di essi è stato interpretato da almeno una mezza dozzina di musicisti) in molti ci hanno pagato gli studi ai figli, le rate della macchina, il mutuo della casa, qualcuno ci si è anche fatto la villa.

Iniziarono a suonare e incidere quei brani, già subito dopo la sua morte, i migliori bluesman e blueswoman dell’epoca e poi ancora negli anni a venire ci si cimentarono Muddy Waters, John Lee Hooker, Elmore James, Howlin’ Wolf, B.B. King. Negli anni ‘60 e ‘70 ci misero le mani John Mayall, Peter Green, i Cream, Bob Dylan, i Rolling Stones. L’elenco sarebbe lunghissimo. Aggiungo solo che alcuni album sono esclusivamente dedicati allo studio della musica di Johnson, come quelli di Peter Green del 1998 e del 2002 o di John Hammond del 1992, di Eric Clapton (Me & Mr. Johnson e Sessions for Robert J. del 2004). Ma quello secondo me più profondo e sentito è l’imperdibile album di Rory Block “The Lady & Mr. Johnson” del 2006 nel quale interpreta 13 dei 29 brani. Siamo al cospetto di una grandissima artista, troppo poco conosciuta dal grande pubblico, specialmente in Italia. Non è esattamente una ragazzina Rory, classe 1949. Sognava questo disco già da giovanissima negli anni ‘60, ma per realizzarlo ha dovuto attendere buoni 40 anni. Ha atteso di essere artisticamente matura, di possedere a pieno una tecnica formidabile per poter affrontare intensamente la prova, per impedire che il suo eccesso d’amore la inducesse a sfornare l’ennesimo scontato disco di cover. Ha studiato la tecnica di Johnson fin nei minimi dettagli e AllMusic gliene rende merito dicendo “In questo album capolavoro di Rory Block è evidente che lei e la sua chitarra si sono fusi insieme. Si usano l’un l’altro e vivono attraverso l’altro”.

Chissà cosa ne avrebbe pensato il povero Robert, la cui massima aspirazione era quella di mettere insieme il pranzo con la cena, delle centinaia di compilations che portano il suo nome (magia delle mayor discografiche, riuscire a fare tanti soldi con soli 29 brani). Chissà che buffo gli sembrerebbe vedere che per lui si sono scomodati maestri quali Martin Scorsese o ascoltare le mille cover delle sue canzoni o assistere ai film direttamente o indirettamente dedicati o ispirati alla sua vita.

E dei milioni di parole (e ci mancavano solo le mie!) scritte per descrivere lui e la sua musica. Tra quello che ho potuto leggere io il racconto tutto sommato più onesto mi è sembrato quello di Patrizia Barrera “Robert Johnson, Figlio del Diavolo”. Consigliato.

- Caspita, una semina prodigiosa

- Hai detto bene ragazzo, è stata davvero una buona semina

Noi Robert adesso ce lo ascoltiamo per interposta persona, per godere e per capire la immensa ricchezza della sua eredità.

Mi piace iniziare con “Love In Vain”. Piacque tanto a Keith Richards ed anche a me quando lo ascoltai per la prima volta in Let It Bleed e di Johnson non conoscevo neppure l’esistenza

www.youtube.com/watch?v=ryRDcE2sB2A

e poi:

Kindhearted Woman Blues.

Eric Clapton

www.youtube.com/watch?v=X3FZEzMx0vY

I Believe I'll Dust My Broom

Howlin' Wolf

www.youtube.com/watch?v=ZEgGslcXXL0

Sweet Home Chicago

Blues brothers

www.youtube.com/watch?v=-_KkgPRo4wA

Rambling on My Mind

Eric Clapton

www.youtube.com/watch?v=DZqmvSOIflE

Come On In My Kitchen

Rory Block

www.youtube.com/watch?v=SyqrNk_MWKU

o in questa versione di Keb’ Mo’

www.youtube.com/watch?v=G8Tvj5u1SOg

Terraplane Blues

Rory Block

www.youtube.com/watch?v=nmR0_epz5OQ

Phonograph Blues

Peter green

www.youtube.com/watch?v=Z8JA43yO6ZI

32-20 Blues

Keith Richards

www.youtube.com/watch?v=U5ANjb-yAVE

They're Red Hot

Red Hot Chili Peppers

www.youtube.com/watch?v=jOwKYknFPOU

Crossroads Blues

Cream

www.youtube.com/watch?v=YdwVVI4B3oY

Walking Blues

Joanna Connor

www.youtube.com/watch?v=_FJyaRWCzxE

Preaching Blues

Rory Block

www.youtube.com/watch?v=OC9zCPmGQcQ

If I Had Possession Over Judgment Day

Eric Clapton

www.youtube.com/watch?v=LOZkHOfrjZs

Stones in My Passway

Joe Bonamassa

www.youtube.com/watch?v=OyRC0qcv1tQ

I'm a Steady Rollin' Man

George Thorogood

www.youtube.com/watch?v=7g9Xf46N7NE

minchia che bello questo, ve lo devo per forza proporre in ben tre versioni!

Hellhound on My Trail

Alvin Youngblood Hart

vimeo.com/75184508

Eric Clapton

www.youtube.com/watch?v=UDx2-Ck1vFI

Rory Block

www.youtube.com/watch?v=uKJWG1ZoP4s

Little Queen of Spades

Eric Clapton

www.youtube.com/watch?v=52CfwR9ZfjY

Me and the Devil Blues

Rory Block

www.youtube.com/watch?v=PXbHtpyz_S4

Stop Breakin' Down Blues

Rolling stones

www.youtube.com/watch?v=SX7aQJ1q8q8

Traveling Riverside Blues

Led Zeppelin

www.youtube.com/watch?v=d1JAhFAQigY

Honeymoon Blues

Fienyx

www.youtube.com/watch?v=TQYJvJSgGtE

Il ragazzo s’è tolto dalle palle, mi rituffo nei miei disegni, Robert è ancora lì, che guarda scomparire all’orizzonte un treno con la donna che ha amato invano.

Love In Vain

Robert Johnson

www.youtube.com/watch?v=07T3h0b93Rg

La Gastronomica

Quante ricette per la Caponata esistono? Tante, tutte buone e spesso molto diverse. Quella palermitana, senza peperoni e col pomodoro, o quella della provincia di Ragusa, con le patate e la menta, sobria, elegante ma lontanissima da quella “barocca” e ricca che io conosco e che vi passo.

Come sempre per 4.

Melanzane ½ kg non spellate e tagliate a tocchetti. Lasciatele in acqua salata per mezz’ora, poi strizzatele. Vanno soffritte in olio evo sufficiente ma non abbondante insieme a uno spicchio d’aglio.

Peperoni ½ kg, ridotti a listarelle vanno fritti insieme a due coste di sedano anch’esso a pezzetti, una generosa manciata di capperi ed altrettante olive verdi snocciolate.

Intanto avrete messo in ammollo 20 grammi di uvetta che, una volta idratata, unirete ai peperoni già quasi pronti insieme ad una manciata di pinoli.

Aggiungete le melanzane, amalgamate, salate e finite la cottura con mezzo bicchiere d’aceto e mezzo cucchiaio (o più se è di vostro gusto) di zucchero. Ancora pochi minuti per far asciugare l’aceto e poi spegnete. Versate nel piatto di portata, spolverate con pan grattato tostato e scordatevela per almeno un paio d’ore, perché la caponata va mangiata solo quando si è freddata ed ha raggiunto la temperatura ambiente.

el manicero

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Giuda live @ Officine Indipendenti (foto di Angelo Di Nicola)

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